ORIGINE E NATURA DEL CREDITO SU PEGNO

In Italia il credito su pegno trae origine nel tardo medioevo, in particolare nella seconda metà del XV Secolo su iniziativa di alcuni frati francescani, allo scopo di erogare prestiti di limitata entità (microcredito) a condizioni migliorative rispetto a quelle presenti sul mercato. L’erogazione finanziaria avveniva in cambio di un pegno: i debitori, a garanzia del prestito, dovevano presentare un pegno che valesse almeno un terzo in più della somma che si voleva fosse concessa in prestito; la durata del prestito, di solito, era di circa un anno; trascorso il periodo del prestito, se la somma non era restituita il pegno veniva venduto all’asta. Tale funzione era quella di finanziare persone in difficoltà, fornendo loro la necessaria liquidità. Per questa loro caratteristica, le strutture preposte, denominate Monte di Pietà o Banco dei Pegni, si rivolgevano alle popolazioni delle città, dove molti vivevano in condizioni di pura sussistenza ma potevano comunque disporre di beni da poter cedere in garanzia; i contadini, invece, di norma non avevano nulla da impegnare se non beni indispensabili alla loro attività, come sementi e utensili da lavoro. Nel 1361 il vescovo di Londra, Michael Northburgh, donava 1000 marchi d’argento per la fondazione di un banco che avrebbe dovuto prestare soldi. Un’altra testimonianza antica circa un prestito a pegno approvato ufficialmente dall’autorità ecclesiastica è la richiesta, fatta il 15 settembre 1431 dal re di Castiglia, Giovanni II, e da Pedro Fernández de Velasco conte di Haro a papa Eugenio IV, di approvare l’istituzione delle Arcas de Misericordia o Arcas de Limosnas. Si trattava di associazioni che raccoglievano (appunto in arcas, “arche”) il denaro che veniva poi concesso come credito a chi si trovava in necessità, e che doveva essere restituito entro un anno. L’amministrazione era affidata ai rettori delle chiese, sotto la direzione dei Francescani. Era un modo per combattere il problema dell’usura diffuso in quella regione della Penisola Iberica; la bolla di approvazione fu emanata il 22 settembre 1431. Tra i più antichi dei Monti di Pietà in Italia vi è quello di Ascoli Piceno. Secondo lo storico Franco Bertini fu fondato il 15 gennaio 1458. Gli inventori e diffusori dei Monti di Pietà furono i frati degli Ordini Mendicanti, in particolare i Frati Minori Osservanti. Tra questi emerse Michele Carcano, fondatore nel 1462 – in accordo con l’altro frate Barnaba Manassei da Terni – del Monte di Pietà di Perugia. Secondo le cronache, la fondazione avvenne dopo il ciclo di predicazione quaresimale del religioso; il 13 aprile venne riunito a questo scopo il consiglio cittadino, che approvò il progetto e decise di stanziare allo scopo 3.000 fiorini. Nel 1466 nacque il Monte di Pietà anche a L’Aquila, ad opera di San Giacomo della Marca. Dopo Carcano, un altro fondatore di Monti di Pietà fu Bernardino da Feltre (al secolo Martino Tomitano), che creò i Monti di Mantova nel 1484, di Padova nel 1491, di Crema e di Pavia nel 1493, di Montagnana e Monselice nel 1494. Nel 1463 fu fondato il Monte di Pietà a Orvieto, nel 1471 a Viterbo, nel 1472 a Siena, nel 1473 a Bologna, nel 1479 a Savona, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Mantova, Assisi, Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza, nel 1490 a Verona, nel 1510 a Forlì ed a Imola per impulso di Orfeo Cancellieri e ben presto altri ne seguirono negli anni successivi. A Velletri risulta che già prima del 1477 si costituì il primo Monte di Pietà non patrocinato dai francescani e uno dei primi dell’Italia centrale. A Firenze, nel 1493 Piero II de’ Medici aveva vietato a Michele Carcano di predicare in città dopo le violenze ai danni degli Ebrei che erano seguite alle sue prediche. Ma Michele, figura molto popolare, sarebbe tornato in seguito a predicare anche a Firenze, perché Piero dovette ritirare la proibizione per non inimicarsi la popolazione. A Firenze il Monte comincerà ad esistere nel 1497, dopo la cacciata dei Medici, con l’appoggio diretto di Savonarola. A Verona si stabilirà addirittura una struttura a tre livelli: un “monte piccolo” che prestava senza interesse piccole somme, un “monte mezzano” che prestava sempre senza interesse somme fino a 3 lire, e un “monte grande” che prestava somme ingenti al 6% di interesse. Il sistema dei piccoli banchi di pegno gestiti dagli Ebrei venne rapidamente sgretolato dalla nuova istituzione. Questi Monti operavano, quindi, nelle aree urbane ed in questo erano complementari ai Monti Frumentari che invece operavano nelle aree rurali e conobbero una grande diffusione soprattutto nel XVII secolo. Con la loro opera tutti questi Monti si proponevano di dare accesso al credito anche ai poveri con un tasso di interesse relativamente contenuto. Tutte queste iniziative, inoltre, elargendo i loro prestiti caso per caso in funzione delle effettive necessità (microcredito), possono essere viste come i primi finanziatori del credito al consumo o anche come delle banche dei poveri ante litteram. A partire dalla fine del Quattrocento i Monti di Pietà furono fondati in numerose città di piccole e medie dimensioni, che per la loro operosità economica presentavano una domanda di credito, soprattutto in Lombardia, Veneto, Toscana, Liguria, Umbria, Marche e Romagna. Lo scopo principale era quello di sostituirsi agli istituti di credito ebraici. Era evidente che l’attività di propaganda antiebraica dei francescani, come lo scandalo della carne macellata secondo la prescrizione ebraica e venduta a cristiani, non bastava: c’era bisogno di minare l’economia degli Ebrei. La creazione dei Monti di Pietà era quindi preceduta da intense attività di predicazione al fine di raccogliere il consenso popolare sulla necessità di epurare la società italiana dall’usura ebraica. Un punto di forza di questa predicazione antiebraica risiedeva nel fatto che i tassi di interesse richiesti dai Monti di Pietà erano più bassi (limitati di solito al 5-10%) di quelli richiesti dai banchi ebraici, essendo considerati come una copertura delle spese di gestione.

Le norme che regolarono definitivamente i Monti di Pietà furono dettate da papa Leone X il 4 maggio 1515 con la bolla Inter Multiplices prodotta nel Concilio Lateranense V. Il Concilio di Trento pose i Monti di Pietà tra gli Istituti Pii. Questi monti erano il corrispondente di quella che oggi è chiamata una banca etica e furono anche delle banche locali che agirono come veri e propri agenti di sviluppo del territorio. I loro servizi, infatti, non si limitavano ai finanziamenti e alla raccolta, ma si estendevano al supporto di attività politiche e culturali, al sostegno delle attività religiose, all’assistenza ai poveri e ai malati. I Monti furono, inoltre, gli antesignani della raccolta dei risparmi delle classi aristocratiche e della piccola e media borghesia, come suggerisce un opuscolo del 1611 di un certo Hugues Delestre. Il Monte della Pietà, fondato a Napoli nel 1539, da alcuni gentiluomini – primi fra tutti Nardo di Palma ed Aurelio Paparo – con lo scopo di concedere prestiti su pegno a persone bisognose, cominciò, nella seconda metà del secolo XVI, anche a ricevere depositi, dando così vita all’attività bancaria. Esso divenne Banco nel 1584, con una prammatica del Re di Spagna. In epoca moderna, quindi, i Monti di Pietà cominciarono ad evolversi per divenire delle vere Casse di Risparmio. Questo processo fu, però, interrotto dall’arrivo in Italia di Napoleone (1796) che, in nome del diritto di conquista, si appropriò dei loro beni come di tutti quelli degli ordini religiosi. Nel 1807, a seguito della Restaurazione, i Monti ottennero nuovamente l’autonomia, ma ormai era troppo tardi per loro e lo sviluppo di servizi finanziari uniti all’impegno sociale passarono alle Casse di Risparmio. In Italia dopo l’unità la legge 3 agosto 1862 n. 753 trasformò i Monti di Pietà in Opere Pie, modificandone la natura e l’operatività. Provvedimenti successivi resero di fatto impossibile la continuazione dell’attività di credito dei Monti. Nonostante la proibizione ecclesiastica, anche prima dell’invenzione dei Monti di Pietà si prestava a usura tra cristiani, alcune famiglie italiane giunsero al potere prestando denaro, e abbandonarono il settore una volta entrate a far parte della classe dirigente cittadina: i Medici di Firenze ne sono l’esempio più celebre. Nel Duecento l’Italia era disseminata di banchi di cambiatori, nei quali si esercitava grande varietà di operazioni, soprattutto il cambio di moneta, ma anche il prestito ad interesse. Ciononostante, con il progredire di un’economia mercantile, la risposta al bisogno di liquidità si dimostrò insoddisfacente. È a questo punto, cronologicamente situabile tra la metà del Duecento e l’inizio del Trecento, che le città invitarono gli Ebrei giunti dal Nord (persecuzioni in Francia e Germania) e da Roma (diminuzione dell’attrattiva per la dipartita del Papa ad Avignone) a creare istituti di prestito. Diverse famiglie ebraiche crearono banchi praticamente in ogni città della penisola centro-settentrionale (Umbria, Marche, Toscana, Emilia, Veneto). Con questi banchi la singola città stabiliva una vera e propria convenzione chiamata “condotta”; le condotte stabilivano il numero di anni di vita dell’istituto, l’ammontare del capitale da investirvi, il limite dell’interesse esigibile. I tassi di interesse praticati dai banchi ebraici erano assai alti, a Bologna gli statuti comunali ammettevano interessi fino anche al 20%, limite fissato dalla Chiesa a distinguere l’interesse moderato dall’usura. L’alto saggio di interesse praticato era dunque motivato dal livello di rischio al quale i prestatori si esponevano. Generalmente, però, il tasso era stabilito dal mercato della domanda e dell’offerta. In Italia il credito su pegno trae origine nel tardo medioevo, in particolare nella seconda metà del XV Secolo su iniziativa di alcuni frati francescani, allo scopo di erogare prestiti di limitata entità (microcredito) a condizioni migliorative rispetto a quelle presenti sul mercato. L’erogazione finanziaria avveniva in cambio di un pegno: i debitori, a garanzia del prestito, dovevano presentare un pegno che valesse almeno un terzo in più della somma che si voleva fosse concessa in prestito; la durata del prestito, di solito, era di circa un anno; trascorso il periodo del prestito, se la somma non era restituita il pegno veniva venduto all’asta. Tale funzione era quella di finanziare persone in difficoltà, fornendo loro la necessaria liquidità. Per questa loro caratteristica, le strutture preposte, denominate Monte di Pietà o Banco dei Pegni, si rivolgevano alle popolazioni delle città, dove molti vivevano in condizioni di pura sussistenza ma potevano comunque disporre di beni da poter cedere in garanzia; i contadini, invece, di norma non avevano nulla da impegnare se non beni indispensabili alla loro attività, come sementi e utensili da lavoro. Nel 1361 il vescovo di Londra, Michael Northburgh, donava 1000 marchi d’argento per la fondazione di un banco che avrebbe dovuto prestare soldi. Un’altra testimonianza antica circa un prestito a pegno approvato ufficialmente dall’autorità ecclesiastica è la richiesta, fatta il 15 settembre 1431 dal re di Castiglia, Giovanni II, e da Pedro Fernández de Velasco conte di Haro a papa Eugenio IV, di approvare l’istituzione delle Arcas de Misericordia o Arcas de Limosnas. Si trattava di associazioni che raccoglievano (appunto in arcas, “arche”) il denaro che veniva poi concesso come credito a chi si trovava in necessità, e che doveva essere restituito entro un anno. L’amministrazione era affidata ai rettori delle chiese, sotto la direzione dei Francescani. Era un modo per combattere il problema dell’usura diffuso in quella regione della Penisola Iberica; la bolla di approvazione fu emanata il 22 settembre 1431. Tra i più antichi dei Monti di Pietà in Italia vi è quello di Ascoli Piceno. Secondo lo storico Franco Bertini fu fondato il 15 gennaio 1458. Gli inventori e diffusori dei Monti di Pietà furono i frati degli Ordini Mendicanti, in particolare i Frati Minori Osservanti. Tra questi emerse Michele Carcano, fondatore nel 1462 – in accordo con l’altro frate Barnaba Manassei da Terni – del Monte di Pietà di Perugia. Secondo le cronache, la fondazione avvenne dopo il ciclo di predicazione quaresimale del religioso; il 13 aprile venne riunito a questo scopo il consiglio cittadino, che approvò il progetto e decise di stanziare allo scopo 3.000 fiorini. Nel 1466 nacque il Monte di Pietà anche a L’Aquila, ad opera di San Giacomo della Marca. Dopo Carcano, un altro fondatore di Monti di Pietà fu Bernardino da Feltre (al secolo Martino Tomitano), che creò i Monti di Mantova nel 1484, di Padova nel 1491, di Crema e di Pavia nel 1493, di Montagnana e Monselice nel 1494. Nel 1463 fu fondato il Monte di Pietà a Orvieto, nel 1471 a Viterbo, nel 1472 a Siena, nel 1473 a Bologna, nel 1479 a Savona, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Mantova, Assisi, Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza, nel 1490 a Verona, nel 1510 a Forlì ed a Imola per impulso di Orfeo Cancellieri e ben presto altri ne seguirono negli anni successivi. A Velletri risulta che già prima del 1477 si costituì il primo Monte di Pietà non patrocinato dai francescani e uno dei primi dell’Italia centrale. A Firenze, nel 1493 Piero II de’ Medici aveva vietato a Michele Carcano di predicare in città dopo le violenze ai danni degli Ebrei che erano seguite alle sue prediche. Ma Michele, figura molto popolare, sarebbe tornato in seguito a predicare anche a Firenze, perché Piero dovette ritirare la proibizione per non inimicarsi la popolazione. A Firenze il Monte comincerà ad esistere nel 1497, dopo la cacciata dei Medici, con l’appoggio diretto di Savonarola. A Verona si stabilirà addirittura una struttura a tre livelli: un “monte piccolo” che prestava senza interesse piccole somme, un “monte mezzano” che prestava sempre senza interesse somme fino a 3 lire, e un “monte grande” che prestava somme ingenti al 6% di interesse. Il sistema dei piccoli banchi di pegno gestiti dagli Ebrei venne rapidamente sgretolato dalla nuova istituzione. Questi Monti operavano, quindi, nelle aree urbane ed in questo erano complementari ai Monti Frumentari che invece operavano nelle aree rurali e conobbero una grande diffusione soprattutto nel XVII secolo. Con la loro opera tutti questi Monti si proponevano di dare accesso al credito anche ai poveri con un tasso di interesse relativamente contenuto. Tutte queste iniziative, inoltre, elargendo i loro prestiti caso per caso in funzione delle effettive necessità (microcredito), possono essere viste come i primi finanziatori del credito al consumo o anche come delle banche dei poveri ante litteram. A partire dalla fine del Quattrocento i Monti di Pietà furono fondati in numerose città di piccole e medie dimensioni, che per la loro operosità economica presentavano una domanda di credito, soprattutto in Lombardia, Veneto, Toscana, Liguria, Umbria, Marche e Romagna. Lo scopo principale era quello di sostituirsi agli istituti di credito ebraici. Era evidente che l’attività di propaganda antiebraica dei francescani, come lo scandalo della carne macellata secondo la prescrizione ebraica e venduta a cristiani, non bastava: c’era bisogno di minare l’economia degli Ebrei. La creazione dei Monti di Pietà era quindi preceduta da intense attività di predicazione al fine di raccogliere il consenso popolare sulla necessità di epurare la società italiana dall’usura ebraica. Un punto di forza di questa predicazione antiebraica risiedeva nel fatto che i tassi di interesse richiesti dai Monti di Pietà erano più bassi (limitati di solito al 5-10%) di quelli richiesti dai banchi ebraici, essendo considerati come una copertura delle spese di gestione. Le norme che regolarono definitivamente i Monti di Pietà furono dettate da papa Leone X il 4 maggio 1515 con la bolla Inter Multiplices prodotta nel Concilio Lateranense V. Il Concilio di Trento pose i Monti di Pietà tra gli Istituti Pii. Questi monti erano il corrispondente di quella che oggi è chiamata una banca etica e furono anche delle banche locali che agirono come veri e propri agenti di sviluppo del territorio. I loro servizi, infatti, non si limitavano ai finanziamenti e alla raccolta, ma si estendevano al supporto di attività politiche e culturali, al sostegno delle attività religiose, all’assistenza ai poveri e ai malati. I Monti furono, inoltre, gli antesignani della raccolta dei risparmi delle classi aristocratiche e della piccola e media borghesia, come suggerisce un opuscolo del 1611 di un certo Hugues Delestre. Il Monte della Pietà, fondato a Napoli nel 1539, da alcuni gentiluomini – primi fra tutti Nardo di Palma ed Aurelio Paparo – con lo scopo di concedere prestiti su pegno a persone bisognose, cominciò, nella seconda metà del secolo XVI, anche a ricevere depositi, dando così vita all’attività bancaria. Esso divenne Banco nel 1584, con una prammatica del Re di Spagna. In epoca moderna, quindi, i Monti di Pietà cominciarono ad evolversi per divenire delle vere Casse di Risparmio. Questo processo fu, però, interrotto dall’arrivo in Italia di Napoleone (1796) che, in nome del diritto di conquista, si appropriò dei loro beni come di tutti quelli degli ordini religiosi. Nel 1807, a seguito della Restaurazione, i Monti ottennero nuovamente l’autonomia, ma ormai era troppo tardi per loro e lo sviluppo di servizi finanziari uniti all’impegno sociale passarono alle Casse di Risparmio. In Italia dopo l’unità la legge 3 agosto 1862 n. 753 trasformò i Monti di Pietà in Opere Pie, modificandone la natura e l’operatività. Provvedimenti successivi resero di fatto impossibile la continuazione dell’attività di credito dei Monti. Nonostante la proibizione ecclesiastica, anche prima dell’invenzione dei Monti di Pietà si prestava a usura tra cristiani, alcune famiglie italiane giunsero al potere prestando denaro, e abbandonarono il settore una volta entrate a far parte della classe dirigente cittadina: i Medici di Firenze ne sono l’esempio più celebre. Nel Duecento l’Italia era disseminata di banchi di cambiatori, nei quali si esercitava grande varietà di operazioni, soprattutto il cambio di moneta, ma anche il prestito ad interesse. Ciononostante, con il progredire di un’economia mercantile, la risposta al bisogno di liquidità si dimostrò insoddisfacente. È a questo punto, cronologicamente situabile tra la metà del Duecento e l’inizio del Trecento, che le città invitarono gli Ebrei giunti dal Nord (persecuzioni in Francia e Germania) e da Roma (diminuzione dell’attrattiva per la dipartita del Papa ad Avignone) a creare istituti di prestito. Diverse famiglie ebraiche crearono banchi praticamente in ogni città della penisola centro-settentrionale (Umbria, Marche, Toscana, Emilia, Veneto). Con questi banchi la singola città stabiliva una vera e propria convenzione chiamata “condotta”; le condotte stabilivano il numero di anni di vita dell’istituto, l’ammontare del capitale da investirvi, il limite dell’interesse esigibile. I tassi di interesse praticati dai banchi ebraici erano assai alti, a Bologna gli statuti comunali ammettevano interessi fino anche al 20%, limite fissato dalla Chiesa a distinguere l’interesse moderato dall’usura. L’alto saggio di interesse praticato era dunque motivato dal livello di rischio al quale i prestatori si esponevano. Generalmente, però, il tasso era stabilito dal mercato della domanda e dell’offerta.

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